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6 ottobre 2008 ORA TUTTI AL LAVORO SUI COSTI STANDARD
Ore 10,15: via libera del Consiglio dei ministri al disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Ore 22: piazza San Ferdinando, a Bari, gremita per acclamare - da qui, dal Sud - la grande sfida del federalismo fiscale. In questo 12 ore, dal «parto» alla «Festa», Raffaele Fitto, ministro ai Rapporti con le Regioni, si sarà sentito felice quasi come una neo-mamma. Sua la mediazione iniziale sulla bozza di legge, con una Lega pronta a tutto pur di staccare il Nord dal Sud. Sua la mediazione finale coi sindaci - pronti a far saltare la Conferenza unificata pur di ottenere le compensazioni - nell’ultima giornata ai cardiopalma. Ieri il taglio del nastro. Ma attenti - avverte con la consueta prudenza - siamo solo al primo passaggio. Ministro, finito il tempo delle correzioni e mediazioni, comincia l’iter parlamentare del ddl. Cosa si aspetta? «Partiamo con un testo condiviso e da principi condivisi e questo è un fatto storico. Sarà una grande riforma per tutto il paese e anche per la qualificazione della spesa. Auspico che il consenso avuto con tutte le autonomie locali possa proseguire anche in Parlamento e che l’opposizione abbandoni ogni pregiudizio politico. Se il centrosinistra lascia da parte i preconcetti, ogni suggerimento concreto e di merito sulla riforma potrà essere valutato attentamente. Dopo i vari ritocchi, quali sono i principi cardine del provvedimento? Innanzitutto la perequazione integrale, garantita dallo Stato, per scuola, sanità e assistenza, che a mio giudizio è un risultato eccezionale per le aree più deboli. Per le materie non essenziali, che costituiscono la parte residuale della spesa complessiva, si attiveranno forme di compartecipazione fiscale. Considerato che le prime tre coprono il 90% della spesa pubblica, si può affermare che ogni rischio di divisione nel Paese, paventato da qualcuno, è definitivamente allontanato. Oltre la perequazione verticale? La garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni: saranno uniformi su tutto il territorio nazionale, non potrà verificarsi che una Tac a Milano costi più di una effettuata a Palermo. Ovviamente, fondamentale sarà la costruzione dei costi standard che attueremo dopo una puntuale verifica delle condizioni strutturali dei territori. Ma non meno importante è la terza gamba del testo, quella che poggia sul principio del comma quinto dell’artìcolo 119 della Costituzione e che prevede le risorse speciali per le aree più deboli in forma addizionale rispetto al fondo di perequazione. Sono un’altra garanzia per il Sud. Ora comincia la fase più dura: quella dei dettagli che confluiranno nei decreti attuativi, giusto? Una volta che il ddl sarà approvato dal Parlamento, ci saranno 24 mesi di tempo per poter definire i costi standard. Ma abbiamo previsto altri due step; una tempistica adeguata per l’entrata a regime o 5 anni di transizione per le materie non essenziali. Per questo è inopportuno montare polemiche su presunte Irprf regionali o tasse di scopo. Il principio base è che il livello di imposizione locale sarà legato alla responsabilità degli enti locali; nella spesa: solo coi decreti attuativi e la verifica concertata che attueremo: dunque, sarà possibile definire nel dettaglio quali forme di compartecipazione avranno gli enti locali. Soddisfatto a metà? Pienamente soddisfatto per le indicazioni importanti che questa legge contiene e per il metodo sin qui seguito. Penso al voto all’unanimità ottenuto dalla Conferenza unificata, dopo che il precedente governo Prodi non ottenne il si dei sindaci. Soddisfatlo per la condivisione ottenuta attorno ad un testo che si fonda sulla responsabilità di tutti gli amrninistratori, ma consapevole che dopo la condivisione dei principi dovremo lavorare sulla condivisione dei dati e poi sulla condivisione della loro attuazione. Qual’è la vera sfida di questa riforma? Spingere il Paese ad un miglioramento della qualità della spesa. offrendo garanzie certe al Sud ma richiamando tutti gli amministratori ad una responsabilità. Più che una riforma legislativa, è una rivoluzione culturale che si chiede. L’unanimità di giudizio ha fatto giustizia di tutte le pretestuose polemiche di questi giorni, da quella sulle accise ai presunti privilegi di alcune regioni, come la Sicilia, che invece sono inquadrate nell’articolo 20 del testo cosi come tutte le Regioni ci hanno chiesto. La sanità rappresenta l’80% delle spese delle Regioni. Non sarà quello il vero nodo da sciogliere? Bisognerà lavorare molto sul nuovo Patto della salute: chiusa la questione risorse sino al 2009, abbiamo due anni, il 2010 e 2011, per accompagnare le Regioni in un percorso virtuoso. Servono tolleranza zero sugli sprechi e le inefficienze e scelte forti nella riorganizzazione della rete ospedaliera e nella riduzione della mobilità passiva. La riforma culturale del federalismo non avrà senso se non riusciamo ad arrivare all’obiettivo di non avere più commissariamenti dello Stato sulla sanità.
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